martedì 2 agosto 2011

Giorno 1

“E se vomitassi?” Fu quella la prima cosa che pensai mentre addentavo l’ennesimo pezzo di pane con il formaggio in piedi in cucina. Naturalmente la seconda cosa che pensai fu che non ero mai riuscita a vomitare a comando, nemmeno quando ero ubriaca marcia e stavo malissimo. Quindi quella soluzione fu scartata, ma subito me ne venne in mente un’altra, molto più intelligente e salutare: “Ora prendo la Milù e vado a fare una passeggiata lunghissima, quasi quasi faccio anche due volte la salita del paese” In un impeto di entusiasmo mi recai sul balcone a verificare se il tempo atmosferico avrebbe favorito i miei buoni propositi. Era un caldo pomeriggio d’Agosto e Milù dormiva nell’angolo più fresco della casa. Ero troppo generosa per costringerla ad uscire con quel caldo (l’ipotesi di fare una passeggiata da sola, senza cane, non mi aveva nemmeno sfiorata), così ritornai in cucina e capii che per quel giorno non sarei riuscita a rimediare a tutto quello che avevo ingurgitato. Così mangiai ancora un po’ di pane e me ne ritornai in camera. Cenai anche, due ore più tardi, con un toast, una pizzetta con il prosciutto e dell’altro pane. Mia madre comprava del pane troppo buono, glielo dicevo sempre. Ero sicura che non sarei stata così grassa se avesse portato a casa del pane  meno buono (probabilmente lo sarei stata lo stesso perché avrei trovato sicuramente qualcos’altro di “troppo buono”da essere irresistibile). Dopo cena gli immancabili sensi di colpa mi fecero riflettere. Dovevo dare una svolta alla mia vita. Non potevo continuare così. Basta cazzate.
“Basta cazzate” era la mia espressione ricorrente, la dicevo ogni  tre-quattro giorni e il giorno dopo cominciavo una nuova vita piena di buoni propositi che durava sì e no fino all’ora dell’aperitivo. E poi di nuovo uguale. Mi odiavo, non ero capace di cambiare. Non ero costante, non ero capace di impegnarmi in niente. E non si trattava solo del cibo. Era tutto. La mia camera era in uno stato pietoso di disordine (che ogni giorno mi ripromettevo di pulire, ma ormai avrete già capito come andava), fumavo troppo, non facevo mai sport e soprattutto mi ero laureata un mese prima e non avevo ancora deciso che cosa fare l’anno seguente (per me l’anno cominciava a Settembre, come la scuola). Non è corretto dire che non avevo ancora deciso, non avevo ancora guardato niente, né specialistiche, né corsi di lingua, né tantomeno lavori. Avevo la pallida scusa del mio impiego stagionale in albergo per rimandare qualsiasi decisione. Ah, e non avevo ancora messo su Facebook le foto della laurea, cosa che mi ripromettevo di fare ogni giorno. Questo delle foto lo cito solo perché è evidente che non si trattava di un’attività impegnativa che richiedesse chissà quale sforzo mentale e fisico ed il fatto che io continuassi a rimandare fa capire che tipo di persona ero. Avevo bisogno di qualcosa da fare, per poi non farlo. Non so se mi nutrissi di sensi di colpa, può essere.  Il punto è che a ventitre anni mi reputavo una persona molto saggia, che aveva capito pressoché tutto della vita, compresa me. Sostanzialmente io sapevo che cosa avrei dovuto fare per cambiare ( erano le stesse cose che avrei consigliato a una mia amica con gli stessi miei problemi, anzi forse lo avevo pure fatto), solo che non mi impegnavo. Non facevo mai un cazzo. Mi mettevo lì, tanti bei progetti, tante belle tabelline, liste, decisioni, e poi era sempre lo faccio dopo, comincio domani, vabbè per oggi fa niente, è impossibile etc etc.
Ma quella sera qualcosa cambiò. Mi stavo preparando per uscire e mi ero truccata di arancione. Volevo quindi mettere un vestito in coordinato e scovai una maglietta che non mettevo più da cinque anni e quindici chili. Non mi sfiorò nemmeno l’idea di metterla da sola, volevo indossarla sotto un vestito, ma casualmente passai davanti allo specchio con solo quella e le mutande addosso. Era disgustoso. Non riuscivo a credere che c’era stato un periodo (piuttosto breve, in realtà) in cui potevo metterla tranquillamente e, anzi, mi stava pure bene. Ora i fianchi uscivano completamente, la pancia tendeva il tessuto arancione e sbucava dal bordo inferiore. Aiuto. Per non parlare delle gambe. (non ne parlerò, erano orribili) No, no, qui bisognava fare qualcosa subito.
Non feci qualcosa subito, ovviamente, anzi la sera stessa lasciai a casa la maglietta e andai a bermi un bello spritz con l’aperol, fumando quattro-cinque sigarette. Ma la notte, una volta  a letto ci pensai e ripensai. Non potevo continuare a perdonarmi l’incostanza con cui affrontavo tutto, e sì, diciamocelo, anche la superficialità con cui affrontavo quello che riguardava me. Bisognava cambiare, ma cambiare davvero stavolta.

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